Pubblicato per la prima volta il 26 giugno 2006
Il teatro emoziona.
Della realtà, noi gente da palcoscenico tentiamo di ricreare la parte più coinvolgente. Sentimenti forti d’amore e d’odio, dalla vergogna e dal pudore di un pazzo o di un bambino alla spietatezza cinica e sanguinaria di un infanticida, passando per tutte le gradazioni intermedie. Per ricreare negli spettatori la stessa gamma di sentimenti, dobbiamo sperimentarli e riconoscerli dentro di noi. Chi ha provato, sa quanto lavoro costi ottenere un risultato convincente.
Mettiamoci pure mesi di prove, fianco a fianco, mesi di sudore e frustrazione, fatica e urla, e si può capire che tra i membri di una compagnia possano nascere legami anche molto forti di amicizia. Oppure inimicizie mortali.
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Insomma eccomi qui con questa strana specie di mal di stomaco. Cioè, non è che sia proprio una fitta tipo indigestione. Almeno credo, non avendo molta esperienza in fatto di indigestioni. Non di recente, almeno.
Ricapitoliamo.
Eravamo alla notte scorsa – ci sono periodi nella vita in cui il tempo si calcola in notti – con la compagnia riunita per la prima volta dopo lo spettacolo del debutto. Eravamo a casa di Arturo, una quarantina di chilometri fuori città, ma in compenso grande abbastanza per tenere tutti dentro. Oppure tutti in giardino, come preferite, diceva lui.
Abbiamo guardato insieme le riprese e commentato gli errori. Non so come possa piacere a qualcuno il rivedersi in quei filmini amatoriali, ma evidentemente la vanità umana non ha limiti. Una fetta di torta ed un immancabile bicchiere di vino hanno concluso la serata.
Ricordo un vestito bianco. Oppure era bianca soltanto la camicetta. Non importa, è quel bianco sulle sue spalle che ricordo, ed il disegno invitante dei seni. La curva inconfondibile del suo naso, il profilo.
I tanti mesi passati insieme a scrivere il nostro spettacolo, qualche viaggio insieme, l’aver condiviso in due tutto il lavoro necessario per far nascere una compagnia, tutte queste cose, adesso è chiaro, stava già maturando in qualcosa d’altro.
I lettori più accorti avranno già collegato questa cosa col disturbo gastrico. Insomma, nulla di particolarmente originale: ci si frequenta per un po’, poi succede qualcosa. Oppure non succede nulla. Però a me è successo, in fondo è per questo che lo racconto, no?
Forse il sintomo più chiaro è una involontaria ma incontrollabile e spasmodica attenzione ai suoi gesti, gli sguardi, le parole. Specie quelle rivolte ad altri. In uno slancio di lucidità, la chiamerei gelosia. Però è una parola che suona negativa, perciò non la dico.
Ricapitoliamo (la confusione della mente è tanta).
Dicevo di quella sera della riunione, che poi era solo ieri (come va piano il tempo, oggi). Ebbene, allo scioglimento della riunione Morgana ed io avremmo dovuto dividerci gli attori residui per riportarli a casa (che si fa per risparmiare carburante…). Le cose sono andate però diversamente. Lei resta a parlare fittamente con Arturo e dice che resta là ancora un po’ (”Non mi sento bene”). Gli altri sono solo in quattro, possono venire tutti con me.
Le frasi, molto sbrigative, somigliavano moltissimo ad un: “voi andatevene ché io e lui dobbiamo parlare di cose nostre”. Al turbamento tipo gastrite si era unito dell’altro, che però non distinguevo ancora chiaramente. La sensazione di essere escluso da qualcosa che mi apparteneva, la compagnia teatrale.
Durante il tragitto per la città mi sono reso conto di ciò che stava accadendomi dentro. Ho quasi odiato quei compagni di viaggio. Senza di loro avrei potuto restare con i due cospiratori, ché tali erano diventati già prima di entrare in città.
A casa ho tentato di dormire senza grande successo. Sempre quell’immagine dei due, uno di fronte all’altra a perlare, dopo avermi spedito via. Alle quattro del mattino le ho inviato un SMS chiedendole come si sentisse. Adesso siamo al mattino dopo. Il pensiero è fisso, le mani tremano, credo di essere pallido, forse ho anche qualche linea di febbre ma con questo caldo non si nota.
Il suo messaggio di risposta mi rassicura: va tutto bene. Ma perché un messaggio banale mi rende così euforico? Non posso non comunicare questa sensazione a qualcuno. Apro un blog e lo scrivo così come mi viene. E’ la prima volta che scrivo su un blog, non so nemmeno come funziona. Fino a dieci minuti fa non avevo nemmeno mai pensato che l’avrei mai fatto. E adesso, invece… non c’è il mio nome, e quello degli altri e camuffato. E poi la storia è uguale a milioni di altre storie simili. Non mi frega di cosa penserà chi dovesse trovarsi a leggerla. Non m’interessa nemmeno se qualcuno passerà di qui. Ho soltanto bisogno di scriverla.
E allora lo racconto, questo sbigottimento sentimentale deflagrato, una cosa improvvisa come un motorino che t’investe da dietro, come una bomba nel negozio sotto casa in piena notte. Come non ricordo sia mai più successo da quando avevo sedici anni… eh, sì, quella fu una bella storia… magari prima o poi la racconto. Adesso no.
Adesso vorrei parlare con lei, Morgana. Ripeto il suo nome come fosse l’invocazione rivolta ad una dea. Forse una parte di me si aspetta di vederla apparire d’improvviso proprio là, davanti alla scrivania. La farei sedere vicina e le parlerei e mi sentirei subito bene. Non importa l’argomento, potrei anche farfugliare idiozie, ma vederla rivolgermi lo sguardo e l’attenzione in questo istante sarebbe il più efficace balsamo immaginabile. Basterebbe anche solo tenere la sua mano.
Però sono in ufficio in pieno attacco di grafomania compulsiva. Ovvero scrivo senza pausa frasi che non ho nemmeno fatto in tempo a pensare. Arrivano sulle dita senza passare per la testa. Vengono da sole. Dopo dovrò rileggere per sapere cosa sto scrivendo. Ma dubito che ne avrò ancora la forza.
Sto divagando.
Ora, in questo stato, temo di mandare all’aria tutto il lavoro fatto insieme. E proprio quando le cose, finalmente, sembrano cominciare a girare per il verso giusto. Il momento in cui è necessario il massimo impegno da parte di entrambi.
Stasera. Fra un paio d’ore ci vediamo. Ho come al solito il desiderio di dirle tutto. Lo farei senz’altro se fossimo soli, ma ci sarà altra gente. Vedremo…

