Era da noi da pochi giorni quando, tornando dal lavoro, trovai il Cretino alle prese con la dispensa.
E’ un mobile che occupa una intera parete della cucina e che comprende ben sei ampie sezioni ove riporre provviste. Senza che ci sia mai stata la necessità di stabilire accordi, ognuno degli inquilini ha a disposizione un paio di quelle sezioni e, all’arrivo di un nuovo abitante, questi naturalmente usa lo spazio liberato dal vecchio. Nella pratica, data l’ampiezza, sussistevano anche spazi ‘comuni’, gestiti con rispetto reciproco, con vettovaglie ed oggetti vari ‘di casa’.
Quella sera il cretino aveva deciso che i ’suoi spazi’ dovevano essere contigui, non ho mai saputo il perché. Aveva disposto per tutta la stanza il contenuto sfrattato da una delle sezioni. Un’altra era già stata liberata in precedenza ed il contenuto strizzato altrove.
Non chiedo subito cosa stia facendo, ma osservo cercando di capire il motivo di tale rivoluzione. Osservo da lontano, non osando addentrarmi in quella confusione.
“Ho dovuto spostarti la roba là, perché qui non avevo spazio.”
L’ha detto come una verità ovvia ed evidente, di fronte a due sezioni del mobile completamente svuotate in cui campeggiava una unica triste usata confezione di camomilla in cartone.
Non sapevo ancora che là erano contenuti anche i filtri, nuovi e usati, del suo tè dozzinale.
A me fin da subito non è piaciuto l’accento su quel verbo. ‘Dovuto’. Come dire che se ha fatto qualcosa di male sicuramente non è colpa sua. Noi avremmo dovuto fargli spazio.
A me non è piaciuto che abbia spostato di sua iniziativa le mie provviste dove gli è parso più comodo. A mia insaputa.
Mah, bella faccia tosta, penso. Almeno avrebbe potuto evitare di sorridere con quella espressione da essere superiore. Sembra Jack Nicholson in Shining, ma a labbra strette: niente affatto divertente né rassicurante. E’ un po’ malato quel sorriso. Mi viene da pensare…
“E questo?” Gli dico, indicando la roba sparsa su tavolo e ripiani: contenitori di plastica, bicchieri e tazzine e i rotoli di alluminio e di pellicola trasparente.
“Non so dove metterla”, dice con espressione finto-desolata, la classica faccia da schiaffi.
A me non è piaciuto nemmeno questa.
Nella parte di credenza che mi spettava c’era spazio libero, così gli ho indicato di sistemare là il tutto.
“Chiedere prima, no, eh?” dicevo tra me e me, tornando in camera mia, aggiungendo mentalmente commenti sulle stranezze di quel bel tipo. Non mi piace quell’espressione da squilibrato, questo è un cretino da competizione.